DUE storie due MONDI
lo stato immaginario accanto allo stato reale
Mondi in guerra, uno contro l’altro, e non sono i soli. Uomini in guerra, con l’intento di abbattere le mura dell’altro e mantenere le proprie. Uno stato di guerra nel quale ogni uomo è nemico di ogni altro uomo è anche conseguenza della condizione nella quale gli uomini vivono senza altra sicurezza che quella che la loro stessa forza e la loro stessa abilità sono in grado di procurargli.
Un circo pieno di domatori e nessun leone
Il primo dei mondi, dove si vive e si lavora
Marinaleda è un piccolo paese rurale dell’Andalusia a 100 chilometri da Siviglia. Non c’è polizia, e lo stipendio è di 1.200 euro al mese. La piccola comunità di poco più di 2.500 abitanti sembra un vero paradiso: è un paese dove la disoccupazione non esiste e ci si può costruire casa con 15 euro grazie ad un sistema economico basato sulla cooperazione. Circondata da chilometri di oliveti, verdi colline e campi dorati di grano che si estendono fino all’orizzonte, Marinaleda è una città bella e tranquilla; e a prima vista non ha niente di diverso da una qualsiasi delle altre città e paesini che si trovano nel sud della Spagna.
un imprenditore ci scrive e dice che…
La domanda sembrerà sciocca, e scontata la risposta, ma io chiedo: perché devo pagare le tasse? Naturalmente non parlo di me come singolo cittadino che contribuisce al bene comune, ma di me come impresa. La mia impresa, tutte le imprese di questo paese. Mi dica, come definirebbe un’impresa? E’ una domanda retorica di cui conosciamo entrambi la risposta. Ma mi permetta di fare una breve considerazione. L’impresa è il luogo dove si crea lavoro e ricchezza. E’ una risposta facile, certo. Un impresa nasce perché qualcuno ha deciso così. Ed è un rischio, non una certezza. Mi aspetto, quindi, che qualcuno arrivi portandomi spumante e pasticcini per augurarmi un in bocca al lupo. Invece quel “qualcuno” si presenta e mi dice, gentile signore, lei ci deve dei soldi.
Mi segua ancora per un momento. Quando sentiamo i dati sul PIL (è di questo che stanno parlando, giusto?), intendiamo ricchezza prodotta da noi tutti, e lavoro grazie al quale una famiglia vive e cresce i propri figli. Le pongo di nuovo la domanda: perché ciò che crea lavoro e ricchezza, deve essere tassato e gravato di imposte? Tutti vogliono sostenere le imprese e con esse il lavoro, ma le imprese sono tassate. Ebbene, tutto questo è difeso e spacciato come normale. Io, francamente, lo trovo non ingiusto ma grottesco. Non è normale un mondo in cui chi fallisce viene salvato, chi prospera viene attaccato, chi sbaglia viene premiato, chi vede giusto viene ignorato. Un imprenditore crea, questo è il suo compito, ma la sua attività è bloccata. Così siamo costretti a rimanere chiusi in un sistema dove risulta impossibile realizzare qualunque opera di rinnovamento. Un sistema definito non da noi, ma da alcuni signori che vivono grazie al nostro lavoro. Eppure, a decidere, non siamo noi. Giorno dopo giorno tutto si deteriora. La decomposizione andrà avanti ancora, finché l’edificio sociale costruito dai signori ingegneri crollerà per mancanza di basi di sostegno. Ci faccia caso, oggi la ricchezza non è più prodotta attraverso i mezzi economici, ovvero tramite l’esercizio della funzione imprenditoriale, peraltro soffocata e calpestata, no…la ricchezza, oggi, si consuma semplicemente. Un noto economista, (ma non ricordo il nome al momento in cui scrivo) fece la seguente riflessione: oggi si dedica sempre più tempo, ingegno e sforzi non a capire e soddisfare le necessità degli altri attraverso un processo volontario, ma a influire sul processo di decisione politica, a conseguire aiuti e sovvenzioni, a fare manifestazioni, scioperi. Ognuno cerca di risolvere i propri problemi utilizzando i mezzi politici. Non lo trova interessante? Credo di sapere, a questo punto, come comportarmi: anziché impiegare le mie risorse nel lavoro e nel creare occupazione, li spenderò in campagne elettorali. Prima o poi, sarò eletto e vedrà, i problemi finiranno come d’incanto…
Insalata all’italiana con granchi e prezzemolo

Il secondo dei mondi, il luogo della carta e del foglio
Siamo sommersi dalle scartoffie. Bollette, multe, moduli per l’iscrizione in palestra: è l’età della burocratizzazione totale. Ma come ci siamo arrivati? Di solito si pensa che la deregolamentazione sia un cambiamento positivo: meno lungaggini e meno regole che soffocano l’innovazione, il commercio e l’iniziativa individuale. E invece le riforme volte alla liberalizzazione del mercato e alla riduzione della burocrazia incrementano esponenzialmente le norme da interpretare, i moduli da riempire e le code da sopportare.
David Graeber “Burocrazia” – Il saggiatore
un dipendente pubblico si difende e…
Io dipendente di una amministrazione pubblica, pedina del gigantesco meccanismo chiamato burocrazia, con i suoi moduli da riempire, con uffici che valutano progetti e sollecitano esami, uffici che trasmettono ad altri uffici più competenti, “il potere degli uffici”, la mitica “pratica”. Il burocrate l’adora. Ma io non sono un burocrate, sono un funzionario pubblico che fa bene il suo lavoro; dignitosamente e onestamente, e che, nel rispetto della legge, si occupa con celerità e competenza delle sue “pratiche”. Lo so per voi si tratta solo di una domanda, un documento, un progetto, un’istanza, ma per noi è la “pratica”. Mi dite di funzionari complicatori di carte, documenti, dichiarazioni, certificazioni… secondo cui il cittadino è quasi un nemico, uno “che vuole fare il furbo”. Si, può succedere, ma anche fra imprenditori e professionisti o consulenti, troverete i micragnosi e gli inconcludenti. Non mi dite di no. Per tutti c’è la necessità di buone leggi, chiare, semplici e definite, che non abbiano bisogno di pagine e pagine di interpretazione. Non era Carlo Marx che definiva la burocrazia come lo Stato immaginario accanto allo Stato reale? Il punto è che date un senso così fastidioso alla parola, che a me non piace. Ossia, come i migliori sociologi dicono: “quella tendenza alla cavillosità, al formalismo di facciata, alla burocratizzazione eccessiva dei rapporti tra cittadino e istituzione”.
Se fosse tutto così, sarebbe certamente una vera piaga sociale con effetti assolutamente deleteri nell’ambito della comunità. Ma non sempre è così. E voi lo sapete. Io non voglio creare scompiglio e interferire pesantemente sulla vita dei cittadini, così come non voglio nascondermi dietro a un dito. Ho visto bene le pratiche che vanno avanti a rilento, pratiche che vengono bocciate, pratiche che sorpassano le altre; è attraverso la loro gestione che qualcuno o molti, non so, esprimono il proprio potere. Apparentemente un piccolo potere ma quando ci capiti, capisco perfettamente, vieni tranquillamente oppresso da un mostro che ti appare improvvisamente e parla un linguaggio a te incomprensibile. Vi chiederete, spesso, chi è veramente il signor Burocrazia e quanti occulti signori si nascondono lì dietro, quanto potere permette di gestire. Bèh… non cercatelo qui il potere, quello vero intendo. Per noi, tutto sommato non è altro che un piccolo e modesto strumento che, alla stregua degli altri, può essere utilizzato, ne convengo, in modo inutile o dannoso, ma molto spesso e più di quanto voi immaginiate correttamente. Non sono io a godere di privilegi; non sono io a difendere il sistema così com’è, ad impegnare ogni risorsa intellettuale per difendere lo status quo. Volete sapere chi sono? Non è poi così difficile scovarli. Leggete le pagine economiche dei giornali. In ogni report, analisi o commento economico ci sono sempre gli stessi concetti con le stesse parole. Gli economisti che hanno preso granchi su granchi da almeno dieci anni sono ormai come il prezzemolo, stanno ovunque e parlano molto e usano le stesse parole.

